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venerdì 10 febbraio 2012

Provare questo sentimento puro e sincero per te
é stata la cosa più bella che mi potesse capitare.
Che tu solo esista é motivo di gioia per il mio cuore.
Ti voglio perché sei la persona che ha fatto brillare non solo i miei occhi,
 ma soprattuto il mio cuore.
Ti voglio perché sei stato capace di farmi provare quelle emozioni
e sensazioni che mai ho provato prima.
Ti voglio perché sei una persona pura di cuore,
Ti desidero perché sai cos'è il vero amore.
Ti desidero perché nessuno al mondo é come te

Il concetto di uomo – concepito come progetto, come possibilità –, che va naturalmente chiarito meglio, porta immediatamente con sé, come suo negativo gemello dialettico, il concetto di non-ancora-uomo, non quello di «sotto-uomo», per il quale il «superuomo» non riesce a immaginare altro destino che la soluzione finale.
«Io amo l’umanità, ma ho meraviglia di me stesso: più amo gli uomini, in generale, e meno li amo in particolare, cioè presi uno per uno … Sempre mi è avvenuto che quanto più odiavo gli uomini in particolare, tanto più m’infiammavo d’amore verso l’umanità in generale. Ma se è così, che resta da fare? Darsi alla disperazione?»[1]. No, e perché? È sufficiente passare dal concetto generale (astratto) dell’uomo, alla prassi sociale dell’individuo umanizzato, rompendo una volta per tutte con quell’idea di subordinare la vita del singolo uomo al concetto astratto di Umanità che giustamente irritava Max Stirner, sebbene egli non riuscisse a impostare il problema nel modo corretto. Nella comunità umana nulla sta al di sopra del singolo uomo, perché la cooperazione tra gli uomini non sfugge mai dal loro razionale – libero, umano, sereno – controllo, e perciò essa non ha modo di autonomizzarsi, né praticamente né teoricamente – generando, ad esempio, una nuova Religione, magari «Atea e Materialista».
Dalla totalità sociale l’individuo non può fuggire, semplicemente perché fuori e senza di essa non sarebbe neanche concepibile la sua «ontologica» presenza nel mondo. Si tratta, piuttosto, di estinguere l’attuale carattere totalitario della totalità. Come il problema dell’alienazione non risiede nel lavoro in sé e nella tecnologia in sé, bensì nel loro attuale uso capitalistico, analogamente si pone il rapporto fra individuo e società: esso è regolato, per così dire, dalla qualità (disumana o umana, classista o aclassista) dei rapporti sociali.
Stirner poteva ancora sognare una fuga nella marginalità sociale, a causa della relativa arretratezza nelle condizioni sociali del suo tempo; ma nel capitalismo globale – cioè a dire totalitario – del XXI secolo tutti capiscono che si può fuggire dal sociale solo attraverso un salto nella follia o nella morte, evenienze che peraltro non rappresentano, a mio avviso, ciò che di peggio può capitarci. Il peggio forse ci sta già capitando, e come sempre alle nostre spalle.
Nello Zarathustra il filosofo di Röcken dice che «l’uomo è qualcosa che deve essere superato»[2]; a mio avviso, invece, l’uomo è qualcosa che dev’essere conquistato. Ciò che in effetti va superato è l’attuale non-ancora-uomo, la cui esistenza si estrinseca, come egli osserva ironicamente, sotto il seguente principio: «Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte: salva restando la salute». Per questo il pensiero radicale deve insegnare non «il Superuomo»[3], ma la possibilità dell’uomo. La Trascendenza, insomma, deve superare tanto il dominio della teologia, quanto quello della filosofia speculativa, se vuole davvero avere delle conseguenze pratiche, coerenti ai due concetti che da sempre la sostengono: quelli della Riconciliazione Universale e dell’Universale Emancipazione-Liberazione.
Scriveva Sergio Cotta: «È necessario – ha scritto Rousseau – snaturare l’uomo, occorre che ognuno rinunci a tutti i propri diritti personali per godere solo di quelli attribuitigli dalla “volontà generale”, poiché l’individuo non è che una “frazione” del “tutto” sociale, e perciò trae significato e valore umani dalla sua appartenenza a codesto “tutto”. Il nuovo valore è pertanto la totalità – un concetto ambiguo, dalle molte facce, la cui fortuna è andata crescendo da Rousseau a Hegel a Marx»[4]. Più che a Marx Cotta si riferisce ai «marxisti», ovvero al Marx della vulgata. Infatti, per il comunista di Treviri la questione si pone nei termini esattamente opposti: la totalità trova significato e valore solo nel dominio dell’individualità, ossia nella piena libertà di ogni singolo essere umano.
Il pensiero marxiano – e comunque ciò vale per il modesto pensiero di chi scrive – non conosce la tripartizione kantiana degli individui in liberi membri di una società («come uomini»), dipendenti da una legislazione comune («come sudditi») e conformi alla legge della eguaglianza («come cittadini»)[5]. Marx immagina la Comunità Umana nei termini di un’Associazione di uomini liberi (liberi, cioè, da coazioni esterne, naturali o sociali, che ne imbrigliano e ne avvelenano l’esistenza fin dalla nascita) i quali non hanno bisogno né di una «legislazione comune» (almeno nelle forme conosciute dalle società classiste), né di una «legge della uguaglianza» (perché vi vige la «bronzea legge dei bisogni»: «a ciascuno secondo i suoi bisogni, ciascuno secondo le sue capacità»).
Abbiamo a che fare, insomma, con l’Umanità Perpetua, per dirla kantianamente, la quale non conosce l’individuo «come uomo», l’individuo «come suddito» e l’individuo «come cittadino», ma solamente «l’uomo in quanto uomo», pupilla della migliore filosofia d’ogni epoca (Kant compreso, ovviamente).
La comunità umana è costruita strutturalmente in funzione di questo dominio umano degli individui. È piuttosto nell’ambito della società borghese che si realizza l’opposto dell’individualismo, dal momento che dietro l’ideologia ultraindividualista si cela il reale annichilimento dell’individuo atomizzato e massificato. Al contrario di Max Stirner, che reagì in modo «piccolo-borghese» alle tendenze centralizzatrici e autoritarie immanenti alla società capitalistica, Marx riteneva possibile la riconciliazione tra l’individuo e la sua comunità, a patto però che fosse assassinata la madre di tutte le magagne: la divisione classista degli uomini, cosa che la stessa società borghese rendeva finalmente possibile in grazia dello sviluppo delle forze produttive sociali (tecnica e scienza incluse) che aveva generato.
Una volta un militante delle cosiddette Brigate Rosse sottoposto a un processo per l’uccisione di un magistrato, interrogato dal Pubblico Ministero intorno alla sua sfera etico-morale («Lei non prova dolore per le vittime della sua violenza?») così ebbe a rispondere: «Signor Pubblico Ministero un comunista non vede uomini ma funzioni». Agghiacciante, non c’è dubbio. Chi dietro la funzione non vede l’individuo che le dà corpo, fa mostra di una disumanizzazione che non ha nulla a che vedere né con la teoria né con la prassi della rivoluzione. E difatti, l’ideologia (che parola grossa!) dei «terroristi rossi» si sviluppò interamente sul maligno terreno dello stalinismo italiano e internazionale, il quale nulla a che fare ebbe mai con il comunismo di Marx. Un motivo più che sufficiente per abbandonare a chi ci tiene le inflazionate qualifiche “rivoluzionarie” che oggi evocano solo miseria e orrore.
Proprio perché sono i rapporti sociali disumani a generare l’universale disumanizzazione del mondo, occorre vedere in chi incarna una funzione per conto del dominio anche una vittima dei tempi, e non semplicemente un fantoccio, un oggetto simbolico privo di quella residua umanità possibile nella società disumana. Ciò che fa del capitalista un «mero funzionario del capitale» non è la teoria critica della società, ma la prassi capitalistica.
Nemmeno la rivoluzione sociale; soprattutto la rivoluzione sociale, se vuole rimanere fedele al suo fine, può permettersi il lusso piccolo-borghese di annientare il Nemico a cuor leggero, passando sopra la sua irriducibile consistenza esistenziale. Essa non deve temere di fare i conti con una realtà che non è fatta di pedine di diverso colore che vengono spostate su una scacchiera, ma di individui in carne ed ossa esposti alla possibilità del dolore fisico, affettivo e psicologico.
Dolore fisico,affetivo e psicologio .........
Serena
Notte
Carpe Diem

mercoledì 8 febbraio 2012

Io ci credo e tu?

Ce l'ho stampato in testa fin da quando t'ho veduto.....
T'amavo da prima...
prima d'averti conosciuto.................
Poi il tuo odore...
Tua Carpe Diem

lunedì 30 gennaio 2012

IL GUERRIERO

Il Guerriero è il simbolo dell’uomo nobile e coraggioso che cerca con autentica sincerità la sua essenza, non solo per se stesso, ma per risvegliare nuova coscienza nella Terra.


L’Amore è la più grande sfida del guerriero. Egli ha la tendenza naturale all’amore, di esso ne fa una ricerca di vita, di esso è impregnata ogni sua cellula. Ma il guerriero percepisce la sua prigione, spietatamente è consapevole della sua limitata capacità di essere totalmente vero e coglie la menzogna che lo circonda e che anche gli appartiene.


L’amore è la qualità più essenziale della vita e di ogni creazione e continuamente si ritrae di fronte alle manifestazioni dell’ego. L’amore è una conquista continua di sé, è un atto di verità, di accoglienza e di surrender. Il guerriero sa che nell’incontro con un partner complementare ha una possibilità incredibile di sviluppo e di evoluzione. Questo è il senso profondo dell’unione tra l’uomo e la donna a tutti i livelli, dalla sessualità, all’eros più sublime.


Gli Amanti hanno più opportunità di trovare il segreto dell’anima e della fusione di chi compie il cammino da solo. Ma è così difficile! Bisogna essere “sinceramente nudi”, innocenti, anche di fronte ai propri limiti e alle proprie piccolezze. Il guerriero vive una costante nostalgia d’amore perché ne coglie il sapore e poi esso gli sfugge.





L’amore è uno stato di unione, d’integrazione, d’identità, di riconoscimento che deve avvenire all’interno di sé, ma anche tramite l’incontro con ciò che è percepito fuori di sé. Ogni manifestazione della vita ci può aiutare a riconoscere ed attivare in noi questo stato.

Tanto più diventa prezioso l’altro essere umano che con le sue variazioni continue mette in evidenza gli aspetti del nostro ego che offuscano l’amore nella sua espressione più libera e sacra.


In conclusione ogni viaggio nell’esperienza terrestre ha come fine la realizzazione dell’amore già presente in noi, ma così ignorato e distorto da apparire irriconoscibile.

Il guerriero pulisce giorno per giorno il suo Diamante.
Vostra Carpe Diem


venerdì 20 gennaio 2012

E tu ci credi ? " Piccola riflessione"

Tu ci credi al sincronismo tra due esseri umani?
Che pensano allo stesso momento la stessa cosa?
Che hanno lo stesso stato d'animo allo stesso momento?
Se osservi la natura è sincronismo!!!

Siamo quel puntino laggiù. È la Terra, vista dalla sonda Cassini in orbita a 2,2 milioni di chilometri intorno a Saturno.

Importante è "osservare" l'essenza pura della realtà, al di là di tutti i condizionamenti della mente.
L'Universo olografico e la sincronia degli elementi della natura, la fisica quantistica ci ha detto cose importanti, esiste un universo che in tutte le sue componenti ha legami e connessioni senza limiti spaziotemporali, tutto è collegato ed in sincronia, tale sincronia può essere agevolata, cioè lasciata procedere o può essere impedita cambiando così, anche se di poco il suo scorrere (addivenire, procedere) nell'uomo questo discorso avviene, con il suo libero arbitrio, con alterazioni più marcate della propria rete sincronica.


Piccola riflessione
Ho viaggiato
nel fresco mare
delle illusioni,

nell'Universo sconfinato,
nel mio Io ...
nel tuo Io...

Onde felici
mi accarezzavano,
spruzzi ridenti
mi solleticavano,
brezze soavi
mi estasiavano.

Poi di repente
un "maroso" inarcato
su se stessa,
minaccioso,
avido,
mi ha strappato via
con le sue fauci
liquide
sbattendomi contro
le nude rocce taglienti
di questa vita .
Così il  presente  diventa
futuro e il  passato
 ride delle mie speranze.

Vostra Carpe Diem

giovedì 12 gennaio 2012

Omaggio ad Alda Merini

La verità è sempre quella,
la cattiveria degli uomini
che ti abbassa
e ti costruisce un santuario di odio
dietro la porta socchiusa.
Ma l'amore della povera gente
brilla più di una qualsiasi filosofia.
Un povero ti dà tutto
e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria.
Vostra Carpe Diem

mercoledì 11 gennaio 2012

Parole ...


Con le parole giochiamo come prestigiatori...

C'inventiamo vite mai vissute  o sogni già sognati...
Con le parole ci prendiamo e ci allontaniamo...
Corriamo a perdifiàto l'uno lontano dall'altra ...
Come ombre nella nebbia...

Con le parole che ci lacerano l'anima, fino a farci male...
raccontiamo vite non ancora vissute
Le vetrate della mia anima vibrano...
e così sorprendendomi ... inizio a cercare in me stessa...


Mi perdo nel suono della tua voce, che dolcemente
mi accarezza e mi riporta a vite mai vissute ed
a sogni già sognati!!!



Dal profondo del mare a me tanto caro:
 Vostra Carpe Diem

lunedì 9 gennaio 2012

la scala dei grigi e la poesia

Spesso una foto in bianco e nero è più bella di una foto a colori perché il BN necessariamente diminuisce il numero di variabili, quindi la possibilità di contenere dei "difetti": elementi che stonano alla nostra vista.
 Il BN presenta solo gradazioni di grigio, mentre il colore può presentare infinite zone cromaticamente contrastanti in maniera sgradevole al nostro gusto.
Rispetto a poesie lunghe ed elaborate, le poesie sintetiche, brevi, sono come le foto in BN, che più difficilmente contengono versi "stonati", per cui è più probabile che ci appaiano "compiute e perfette" e prive di stonature?

Ma col tempo annoia anche la scala dei grigi...
Troppo  scontata, troppo breve se paragonata ad una poesia...

Io sono una donna in BN, ma che preferisce vivere a colori.
Amo la poesia lunga...
Amo le sfumature ed i colori decisi, ma con gusto,poichè amo le cose belle!!!
Una descrizione  è completa solo se è  a colori,
come una poesia lunga...
Dandoci  un'immagine della realtà, non dell'idea.
Vostra Carpe Diem